Leggenda popolare

C’era una volta un contadino, di nome Tullio che viveva in un paesino i cui abitanti erano persone molto semplici, oneste, poco perspicaci e molto credulone.

Come era sua consuetudine, anche quel giorno Tullio decise di recarsi nel bosco per cercare legna secca da ardere. Non riuscendone a trovare, si rassegnò a tornarsene a casa a mani vuote.

D’un tratto, scorse per terra uno strano fagotto: si inginocchiò, lo prese in mano e si rese conto che si trattava di un sacchetto pieno di monete d’oro.

Animato dalla sua semplicità e dalla sua estrema onestà, rimise immediatamente il sacco per terra , nel punto esatto dove l’aveva trovato e si allontanò velocemente da quel sito,  ripetendo a gran voce: “Ah no! Quanne iamme pe’ ligna, iamme pe’ ligna! Quanne jamme pe dinare, iamme pe dinare”! (Quando si va per legna, si va per legna. Quando si va per denari, si va per denari).

Un giorno, Tullio si fece predire il futuro da una megera che, leggendo il fondo di una tazzina di caffè, gli predisse: “Stai molto attento perché quando l’asino avrà scoreggiato per tre volte consecutive, tu morirai”!

Tullio non fece molto caso alle chiacchiere della donnaccia e continuò la propria vita di sempre. Dopo un paio di giorni ritornò in montagna in cerca di legna secca da ardere nel camino. Questa volta fu più fortunato e ne trovò tanta, ma proprio tanta. Non credendo ai propri occhi, decise di caricare la soma dell’asino in modo esagerato, per non dover ritornare una seconda volta a riprenderla.

Decise di tornare a casa seguendo una una scorciatoia e, in fondo ad una vallata, imboccò un lungo tratto di salita.

L’asinello, terribilmente affaticato, dovette rallentare l’andatura e, a causa del forte sforzo … “boom”, gli scappò il primo rumorino. Tullio si ricordò delle parole della megera e, tutto tremante, si mise immediatamente a gemere e ad esclamare: “Mamma mia, ora muoio”!

Il povero animale continuò a procedere con fatica su quel viottolo in salita e, dopo qualche centinaio di metri, dovette liberarsi per una seconda volta. Tullio ripeté: “Mamma mia, ora muoio”.

Non avevano fatto altri cento metri che il povero asino, ormai stremato, si lasciò scappare il terzo eccesso di aria. Tullio si gettò a terra, urlando a gran voce: “Mamma mia! Sono morto”! E li rimase, completamente immobile, del tutto stecchito.

Passarono parecchie ore. La sua sposa, non vedendolo tornare a casa, iniziò a preoccuparsi, perché Tullio non aveva mai fatto così tardi. Certamente era incorso in qualche incidente o disgrazia.

Dopo mezzanotte allarmò tutti gli amici ed i parenti che uscirono immediatamente per andare a cercarlo. Armati di torce, fiaccole e bastoni, si inerpicarono sulla montagna ed iniziarono ad esplorare il bosco  in tutti i suoi angoli ed anfratti.

Dopo parecchie ore trovarono il corpo di Tullio, sdraiato a terra, completamente esanime, nell’esatto punto in cui egli si era lasciato cadere. Credendolo morto, si misero a piangere e a gemere, dicendo: “Povero Tullio! Povero Tullio! Ci ha lasciato!”.

Lo riportarono a casa a forza di braccia ma, a causa dell’oscurità, fecero parecchia fatica nel ritrovare la strada giusta per il ritorno. Tullio, nel suo torpore di morto immaginario, non era in grado di muoversi e di parlare, perché lo spavento lo aveva completamente immobilizzato. Però, era parzialmente cosciente ed era ancora in grado di orientarsi e di capire che i suoi amici avevano completamente sbagliato il tragitto per riportarlo a casa.

Ad un certo punto, con voce fievole, disse:  “Ma, quanne ere vive io, addà ci stava una cararella”! (Quando ero vivo io, laggiù il sentiero prendeva una biforcazione). Aveva infatti individuato un bivio che, preso a sinistra, avrebbe condotto direttamente in paese.

Purtroppo nessuno lo udì e nessuno si rese conto che avevano preso ancora una volta la direzione sbagliata, continuando a vagare tra le tenebre per diverse ore.

Finalmente giunsero alla casa di Tullio, lo deposero sul talamo nuziale, lo vestirono con l’abito più bello che possedeva e si misero a vegliare le sue spoglie.

La sposa si era già vestita a lutto e si stava strappando i capelli per il gran dolore ... Tullio giaceva immobile sul letto e tutti gli amici e i parenti, piangenti e gementi al suo capezzale, continuavano a ripetere: “Povero Tullio! Povero Tullio! Ci ha lasciato!”

Qualcuno chiamò il prete che impartì alla salma l’estrema benedizione.

Quando tutti se ne furono andati, il sacerdote rimase a porgere i conforti alla vedova inconsolabile, indirizzandole parole molto suadenti.

Venne il giorno del suo funerale. La sua salma fu deposta in un sarcofago e venne portata in spalla al Camposanto da sei dei suoi amici più fidati. In quell’epoca si usava lasciare la bara scoperchiata, in modo che tutti i conoscenti ed i passanti potessero rendere omaggio al morto. Il corteo funebre era lunghissimo: in testa c’era la giovane e bella vedova che si lagnava ad alta voce esclamando: “Povero marito mio. Sei morto così giovane. Chi mangerà adesso tutti i nostri prosciutti e le soppressate?”  Ed il prete, al suo fianco, le rispondeva in un finto latino: “Non ti preoccupare che ce li mangeremo noi due”!

Per raggiungere il Cimitero, si doveva passare in un piccolo boschetto di querce, i cui rami erano alquanto bassi. Nell’udire le litanie dei due fedifraghi amanti, Tullio si risvegliò bruscamente dal proprio torpore e, avendo pienamente compreso l’inganno ordito ai suoi danni, emise un forte grido  e, levantosi dalla bara, si aggrappò al ramo più basso di una quercia lasciandosi dondolare per svariati secondi.

Tutti furono spaventati a morte. Ci fu un fuggi-fuggi generale: c’era chi urlava scappando a destra; c’era chi se la faceva addosso correndo a sinistra. Una indescrivibile confusione generale.

Tullio raccolse da terra un bastone ed iniziò ad inseguire i due adulteri che, nonostante fossero rimasti completamente stupefatti dalla sua inattesa resurrezione, trovarono il coraggio per mettersi le gambe in spalla e darsi alla fuga.

Dopo averli raggiunti e dopo avergli impartito la giusta punizione, Tullio prese per il braccio la propria sposa e la fece sfilare per tutto il paese, in modo da poterla svergognare in modo adeguato di fronte a tutti gli abitanti.

Passarono diversi anni e Tullio, ormai in età matura, giunse alla fine dei propri giorni. Chiuse gli occhi e consegnò la propria anima a Dio sprofondando nel sonno eterno.

Questa volta non ci fu alcun triplo rumore da parte dell’asino: Tullio morì e basta.

Anche questa volta i suoi amici e parenti lo condussero piangendo al cimitero, riponendolo dentro ad una bara scoperchiata.

La sua ormai matura compagna redarguì i becchini esclamando più volte a gran voce: “Mi raccomando, non passate sotto quella quercia”!

Temeva appunto che il marito potesse resuscitare anche questa volta.

Ma Tullio non si rianimò ed i due amanti che, nel corso degli anni avevano mantenuto in gran segreto la loro adultera tresca amorosa, ripresero a frequentarsi con maggiore assiduità e senza più alcun impedimento.