
“Il corpo umano percepisce un ritmo anche quando non c’è. Ascoltate Mistery Train di Elvis Presley. Un dei più grandi pezzi rock di tutti i tempi, eppure manca la batteria. E’ soltanto suggerita, perché ci pensa il corpo a fornire il ritmo. Non dev’essere pronunciato. E’ qui che hanno preso un abbaglio, discutendo di rock qui e rock là. Non hanno nulla a che fare con il rock, con la pesantezza. Ha a che fare, piuttosto, con il roll, con la rapidità” (Keith Richards)
"Life"
Non sono un grande estimatore dei libri sul rock e sulla sua storia. Certo ne ho letti diversi, specialmente durante la mia adolescenza, ma quasi tutti li ritengo un genere di letteratura del pettegolezzo in stile Novella 2000 del rock, raccolte di leggende e scandali, come “Il martello degli dei” e affini, giusto per citare una pubblicazione famosa nel settore.
Le mie aspettative nei confronti della biografia di Keith Richards, Life, scritta a quattro mani con il giornalista James Fox, non erano quindi le migliori; semmai, pesante era la mia diffidenza.
Un operazione editoriale di 7.7 milioni di dollari, addirittura superiore a quella della biografia di Tony Blair. Un bell’affare! Ma sono un fan di Keef e si trattava di una biografia. Non potevo esimermi dalla lettura. Posso dirvi che le sorprese piacevoli non sono state poche. La prosa risulta subito scorrevole e diretta, ma ben curata nella redazione.
Le prime pagine non sono proprio un buon invito alla lettura e il timore di trovarsi di fronte allo stereotipo del solito rocker maledetto si fa palpare: la polizia che ferma Richards lungo una strada dell’Arkansas durante il tour del 72, la “roba” nascosta nell’auto, i poliziotti con l’occhiale a specchio, il nostro Keef che si atteggia a bullo di periferia. Direi che non è proprio un grande incipit.
Ma il libro non è solo questo e offre ben altro materiale interessante: la musica, il rock ‘n’ roll, il blues, la chitarra, il metodo di lavoro degli Stones. Ovviamente non mancano gli aspetti di colore della vita di un chitarrista maledetto: la droga è presente nel corso di tutte e 500 le pagine.
E’ un rapporto chimico e scientifico quello di Richards con le sostanze stupefacenti: non è la rockstar alla ricerca dell’autodistruzione per entrare nella leggenda, bensì un folle che sperimenta analiticamente con il proprio corpo.
Richards racconta le proprie esperienza con sincerità, senza pudore alcuno e anche con una dose di autocompiacimento, quello del sopravvissuto. Coglie l’occasione per smitizzare le tante leggende al riguardo, come quella del periodico lavaggio del sangue in Svizzera, totalmente falsa, precisando inoltre che da una trentina di anni si ritiene “pulito” (salve qualche “assaggio” in uno degli ultimi tour – “Sto solo aspettando che si inventino qualcosa di più interessante. Sono pronto a farmi un giro”).
Al posto del tossico ne esce però la figura di un delinquente, spavaldo con il coltello, uno che dorme con la pistola sotto il cuscino e che non rinuncia a sparare qualche colpo all’occorrenza; forse bullo di quartiere, forse frutto di esagerazioni ma, senza dubbio, la realtà è quella di un personaggio per lo meno non facile. Il rock è sempre stato anche una questione di marketing, sin dagli esordi.
Nel primo periodo, il management e la casa discografica cercano quindi di conformare l’immagine della band ai canoni e alle mode dell’epoca; ma, anche indossando una divisa alla Beatles, quelle facce restavano sporche e fuori contesto. A questo punto, l’idea nata dalla disperazione fu quella di proporre esattamente l’opposto di tutto ciò che la gente poteva aspettarsi: i Beatles fanno questo? Fate il contrario. Il bello è che funzionò, specialmente con Keith.
"La gente adora quell’immagine. Sono stati loro a inventarmi, mi hanno creato ... Desiderano che io faccia le cose che loro non possono fare. ... E io ho fatto del mio meglio. Non è esagerato dire che fondamentalmente ho vissuto come un fuorilegge. E che mi è piaciuto! Sapevo di essere sulla lista di tutti, mi sarebbe bastato ritrattare e sarebbe andato tutto bene. Ma era una cosa che non ero assolutamente in grado di fare”.
Ma lasciamo da parte questi aspetti, che in ogni caso restano marginali, perché nel libro la sostanza non manca e Keef risulta una persona capace di riflessioni anche profonde in ambito musicale e non. A lettura terminata, la prima e immediata considerazione che uno può trarre è che la vicenda Rolling Stones e la stessa vita di Richards sono alla fine la storia di un matrimonio; ogni istante è influenzato dalla relazione Jagger-Richards, i cosiddetti “Glimmer Twins”.
Dopo il racconto dell’infanzia, la descrizione dell’Inghilterra post bellica e dei quartieri operai, la svolta inizia proprio dall’incontro di due ragazzi e con la genesi di quella che possiamo definire una vera e propria relazione, che segnerà la vita di entrambi per i successivi 40 anni. E’ la storia di un matrimonio, l’avvicendarsi di momenti di complicità e gioco con periodi non buoni, fino a momenti di temporanea separazione e odio. Al momento Richards afferma che non mette più piede nel camerino di Jagger da vent’anni e confessa quanto gli manchi il suo amico.
"Provo affetto per Mick ma non vado a casa sua da una ventina d'anni. A volte, mi dico: “Amico mio, mi manchi”. Poi mi chiedo: dove è andato?"
E’ una amicizia che ha visto episodi anche pesanti, con Jagger che prende in mano da solo le redini dell’economia del marchio Stones, approfittando delle condizioni sempre precarie di Richards, fino ad arrivare alla firma di un contratto per 3 album da solista negli anni 80, a rimorchio del contratto degli Stones e, ancor peggio, a loro insaputa.
Ma il gesto che Keith ritenne più inaccettabile fu la decisione di Jagger di andare in tour da solo e mettere in parcheggio gli Stones, cosa imperdonabile nei confronti di una persona che ha fatto del rock ‘n’ roll la propria ragione di vita, affamato del palco, in grado di sopportare le pene della disintossicazione prima di ogni tour degli Stones.
Per quanto attiene agli altri componenti della band, accenno solo al fatto che dal libro si comprende che per Richards gli Stones sono più che altro 3 persone: lui stesso, Jagger e Charlie Watts. Di ben bassa statura ne esce il ritratto di Brian Jones, considerato come l’esempio massimo di quanto la fama possa dare alla testa e tirare fuori il peggio da una persona. Mai completamente inserito nella Band, Mick Taylor, sebbene abbia dato un enorme contributo negli album migliori degli Stones.
Molto rispetto per Ronnie Wood, come chitarrista, mentre Bill Wyman risulta totalmente assente nel libro, se non per aver avuto il merito di portare un amplificatore Vox agli esordi della band e di aver procurato dell’eroina a Richards mentre era in crisi di astinenza in una cella degli States. Ma la massima stima e l’affetto sono invece per Charlie Watts, considerato il vero motore dietro agli Stones e uno dei più grandi batteristi di sempre.

"Quasi tutti i batteristi scandiscono il tempo sul charleston, ma sulla seconda e la quarta battuta, e cioè sul backbeat, fondamentale per il rock ‘n’ roll. Charlie, anziché battere il colpo, solleva il piatto superiore. Finge di suonare e si ritrae. Affida tutto il suono al rullante invece di lasciare un interferenza in sottofondo. A guardarlo puoi rischiare una aritmia cardiaca.
In quelle due battute si concede un altro gesto del tutto inutile, e in questo modo tira indietro il tempo, perché è costretto a fare uno sforzo in più. Così, la sensazione di languore generata dalle percussioni di Charlie è in parte dovuta a quel gesto gratuito che ricorre ogni due battute. ... L’impronta di ogni batterista è data dallo scarto tra charleston e rullante. Charlie è molto in ritardo sul primo e in anticipo sul secondo. E il modo in cui allunga ogni misura, combinato con ciò che vi costruiamo sopra, è il segreto del sound degli Stones".
Dette queste cose, non voglio dilungarmi oltre sui racconti di vita, le tante amicizie (Bobbie Keys e Ian Stewart su tutti) e gli aneddoti presenti nel libro, come le gite psichedeliche in compagnia di Lennon, che vi lascio scoprire da soli. Vorrei invece andare a toccare gli argomenti a mio parere più interessanti, musicali, e preferisco fare questo lasciando parlare il più possibile Richards stesso.
Il sound degli Stones
"Non li vedevi mai, non sapevi chi fossero, tranne qualche foto dei più famosi, come Elvis, Buddy Holly o Fats Domino. Ma tutto questo non aveva importanza, “era il sound a contare".
L’ambientazione è quella dell’Inghilterra dei primi anni 60, con bande di giovani alla ricerca di una propria identità che si staccasse dall’eredità dei genitori, segnati dalla guerra. In fondo è la stessa scena che si presenta in tanti paesi europei, con la comparsa di una nuova entità sociale e la lenta gestazione di una nuova forma di cultura, all’interno della quale la musica svolge un proprio ruolo.
"Quando incappai in “Heartbreak Hotel”, non è che di colpo volessi diventare Elvis Presley. Non avevo idea di chi fosse, allora. Era il sound, quella nuova modalità di incidere brani (si riferisce alle registrazioni Sun Records di Sam Philips).
Il suo uso dell’eco. L’eliminazione di qualsiasi elemento estraneo. Ogni volta avevi l’impressione di essere là con loro, di ascoltare esattamente quel che usciva dallo studio di registrazione, senza l’aggiunta di fronzoli o abbellimenti, niente. L’influenza che ebbe su di me fu enorme".
I grandi del rock ‘n’ roll del periodo, con Elvis in prima fila, erano ovviamente il pane quotidiano dell’epoca. Ma, oltre a questo fenomeno, che si poteva trovare in ogni juke box, per alcuni gruppetti di ragazzi scoppiava una febbre meno comprensibile, quella del blues, con la conseguente ricerca di tutte le registrazioni provenienti dagli Stati Uniti.
Jagger e Brian Jones erano dei veri e propri segugi del vinile. Giornate intere trascorse chiusi in una stanza ad ascoltare Muddy Water e John Lee Hooker diedero un po’ alla volta i primi frutti. Dal blues di Chicago Keith apprende immediatamente che ciò che interessa è il punto esatto in cui i suoni si fondono l’uno nell’altro, sostenuti da un ritmo. E’ qui che nasce il primo elemento del sound tipico degli Stones, al quale in seguito verrà aggiunta l’accordatura aperta in Sol.
"Se i suoni restano scollati, il risultato è insipido. L’obiettivo è trovare intensità e forza, ma senza volume – una forza che scaturisca dall’interno. Un modo per saldare l’apporto di coloro che sono in studio e farne un unico sound. Così, non avrai più due chitarre, un piano, un basso e batteria, avrai una cosa sola, invece che cinque. Il tuo compito è creare una cosa sola".
Facendo un obbligatorio salto temporale, la piena maturazione di questo concetto la troviamo in “Jumpin Jack Flash” e “Street Fighting Man”, nate entrambe da una chitarra acustica registrata su un registratore Philips portato a saturazione in una stanza di albergo.

"Suonando l’acustica, portavi a saturazione il registratore Philips al punto di sforare nella distorsione ... il registratore faceva da pick up e da ampli allo stesso tempo. Ci cacciavi dentro il sound dell’acustica e quello che veniva fuori era maledettamente elettrico. ... Una volta in studio, collegavo il registratore a una piccola cassa tramite un cavo, poi collocavo un microfono davanti alla cassa, in modo da avere respiro e profondità maggiori, e riversavo tutto su nastro. Quella era la traccia fondamentale".
Questo è l’arcano segreto del sound di “Beggars Banquet”, nulla di trascendentale. Come accennato sopra, aggiungiamo una chitarra accordata in Sol aperto, togliendo il MI basso, ed avremo l’ultimo elemento che marchia definitivamente il sound degli Stones.
"A forza di suonare con le accordature aperte mi sono reso conto che ci sono un milione di posti dove non devi mettere le dita. Le note ci sono già. Certe corde le puoi lasciare aperte. ... Se azzecchi l’accordo giusto, ne puoi sentire un altro sottostante che vibra anche se non lo stai suonando. Eppure c’è. ... E’ là sotto che ti dice fottimi. ... Quel che conta è ciò che lasci fuori. Fai risuonare tutto in modo che una nota si armonizzi con l’altra. E vedrai che, anche se hai cambiato posizione delle dita, quella nota riecheggerà ancora. Lascia che continui. Si chiama bordone".
Il blues
Lasciamo ancora una volta la parola direttamente a Richards:
"Non si può comprendere a livello di testa, è qualcosa che ti prende alla pancia. ... Ci sono miriadi di tipologie di blues. Esistono blues molto leggeri e altri paludosi, ed è tra questi ultimi che io mi ritrovo. Ascoltate John Lee Hooker. Il suo è un modo di suonare molto arcaico. Per la maggior parte del tempo ignora i cambi di accordo. Che sono suggeriti, ma non rispettati.
Se gli capita di suonare con qualcun altro, quest’altro cambierà accordo, ma lui no, lui rimarrà fermo dov’è, non si muove. E’ implacabile. E l’altra cosa, la cosa più importante ... è il suo modo di battere il piede con forza, come un serpente che si avvicina strisciando.... Ciò che filtrava allora era l’intensità delle voci, la voce di Muddy, di John Lee, di Bo Diddley. ... venivano dal profondo ... non cantavano solo con il cuore, cantavano con la pancia.
Ecco perché c’è una grande differenza tra cantanti blues che non suonano uno strumento e cantanti che lo suonano, ... perché i secondi devono scoprire una loro modalità di impostare chiamata e risposta. Se canti un verso, poi devi suonare qualcosa che risponda alla domanda che hai posto, oppure ne formuli un altra, finche non giungi alla risoluzione. E così facendo, il tuo ritmo e il tuo fraseggio cambiano.
Ciò che appresi riguardo alla musica e al blues, tentando di risalire alla fonte, era che nulla esisteva isolato. Per quanto una canzone fosse bella, non era mai frutto di un solo colpo di genio. Quel tale stava ascoltando qualcun altro, e quella era la sua variazione sul tema".
Questo concetto è ben chiaro a chiunque oggi ami il blues, Richards non dice nulla di nuovo. Ma Keef e i suoi coetanei non vivevano a Chicago o nel Mississippi e arrivare a queste conclusioni, che oggi possono apparire banali, è l’elemento fondamentale della nascita del rock blues inglese e di ciò che rappresentò negli anni seguenti.
Paradossalmente, questo lavoro di ricerca ha portato una nuova linfa vitale al blues americano, a migliaia di chilometri e a un oceano di distanza dalla terra di origine di questa musica. Londra diventa Chicago. E tutto questo poteva avvenire grazie alle incisioni, che Richards vede giustamente come una rivoluzione paragonabile a quella della scrittura.

"Più arretravo nel tempo e nella musica – nel caso del blues potevo tornare fino agli anni venti, fino alle prime registrazioni – più ringraziavo il cielo per la possibilità di incidere. L’incisione audio è la cosa migliore che ci sia capitata dall’invenzione della scrittura".
La chitarra
Molti vogliono imparare a suonare la chitarra, Richards, invece, è sempre stato alla ricerca di un sound. C’è ben poco che io possa permettermi di aggiungere alle sue parole:
"Una delle prime lezioni che appresi esercitandomi alla chitarra era che nessuno di quei musicisti utilizzava accordi semplici. C’era sempre qualche aggiunta, qualche sottrazione. ... Non esisteva un “modo corretto” di suonare. Esisteva soltanto una sensibilità. Un approccio personale. ... A forza di suonare mi sono accorto che, in generale, vorrei ottenere suoni che appartengono ad altri strumenti. Più di una volta mi sono sorpreso a suonare, alla chitarra, le parti dei fiati.
Quando ancora cercavo di imparare quelle canzoni, mi ero reso conto che spesso è una nota a far funzionare tutto. Un accordo sospeso, solitamente. Non un accordo completo, ma la mescolanza di più accordi, un espediente che amo impiegare ancora oggi. Se suoni un accordo semplice, quel che verrà dopo dovrà essere contaminato da qualcos’altro. Se si stratta di un la, allora una traccia di re. Oppure, se il mood della canzone è diverso, il la dovrà racchiudere qualcosa del sol, ossia una settima, che poi ti spinerà la strada al passaggio successivo".
La pensione
"Posso riposare sui miei allori. Ho creato abbastanza casini nella mia vita e ci convivrò e vedrò come qualcun altro li gestisce. Ma poi c’è quella parola – pensione. Non posso andare in pensione finché non schiatto. Ci sono delle maldicenze sul fatto che siamo dei vecchietti. ... Ma io non sono qui solo per fare dischi e soldi. Sono qui per dire qualcosa e per toccare le altre persone, a volte con un grido di disperazione: - Sai come ci si sente?-”.
Roby Caio (alias Bru)
commenti
R: Mi è venuta in mente 'na roba :-)
Argh, dissento totalmente Camp.
Gli Stones hanno scritto delle ballate che ogni volta che le sento mi smuovono il fegato!
Roba come Torn and frayed, Beast of burden e tantissime altre per me son dei capolavori.
Everybody seems to think I'm lazy, I don't mind, I think they're crazy
R: Mi è venuta in mente 'na roba :-)
e io raddoppio sul dissentire!
grandi ballad degli Stones ce ne sono, e Jagger è un signor interprete, ascolta il suo disco da solo "Wandering Spirit", gran bel lavoro e lui dimostra una versatilità impressionante.
R: Mi è venuta in mente 'na roba :-)
de gustibus non est sputazzella, diceva un mio amico!
R: Mi è venuta in mente 'na roba :-)
De gustibus una cippa, banniamo il Camp :-)
Le ballads degli Stones io le adoro!
Semmai a me rompono quando vanno su pezzi troppo tirati e sempre uguali.
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R: Mi è venuta in mente 'na roba :-)
>>> Poretto, chissà se lo ricorda o se si è dato alla droga dopo averlo suonato...
Visto da: "Live in Milan" non è malaccio, cosa l'avrà traumatizzato, forse il testo in italiano?
Beh, effettivamente....... ;-)
Ciao,
joe
R: Mi è venuta in mente 'na roba :-)
Nel libro ne parla e racconta che il manager chiuse Richards e Jagger in una stanza finché non avrebbero scritto un pezzo originale. Ne venne fuori As tears go by, una cosa completamente anomala rispetto ai loro intenti, che venne data alla Faithfull. Del pezzo in italiano non dice nulla, ma me lo son goduto a San Siro :-)
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R: Mi è venuta in mente 'na roba :-)
ho il vinile, me lo ricordo si!
W keith
Bellissima recensione,complimenti,il tuo affetto e la tua ammirazione per Richards emergono chiaramente in ogni frase che hai scritto.Sono i nostri eroi,nonostante tutto, per noi o almeno per me Keith è un grande musicista,degno e forse unico, erede del suo maestro Chuck.
...In quelle due battute si
...In quelle due battute si concede un altro gesto del tutto inutile, e in questo modo tira indietro il tempo, perché è costretto a fare uno sforzo in più. Così, la sensazione di languore generata dalle percussioni di Charlie è in parte dovuta a quel gesto gratuito che ricorre ogni due battute...
Se tutti i batteristi "tirassero indietro il tempo" (anche senza la tecnica particolare di Charlie) non li odierei così tanto... ma vaglielo a spiegare...
Io dico sempre ai miei allievi: "un bravo chitarrista deve essere anche un pò batterista". E mi riferisco all'ascolto attento della batteria, all'importanza del timing giusto, del backbeat e di quanto tutto questo possa fare la differenza.
Complimenti Bru, veramente un'ottima recensione.
Ale
....::: The Blues is a Living Thing :::....
R: bru se continui così fai
Chi è Camp?
L'impresario delle pompe funebri?
Non mi interessa proprio mettermi in concorrenza con quel soggetto.
L'altro, Moonlite, si occupa di roba poetica.
Tornando a Keith, viste le testimonianze oculari riportate nel libro, in certi frangenti può esser ben più pericoloso di quanto faccia in quel video. E non è leggenda, ha proprio un brutto carattere :-)
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Grazie a tutti. Con
Grazie a tutti.
Con l'articolo volevo appunto far risaltare la sorpresa per quello che ho trovato nel libro: un artista con un preciso pensiero e percorso, una consapevole visione della musica e tanta passione per questa. Non solo un personaggio.
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finito
Ho finito di leggere il libro stanotte, bella la conclusione con la Malaguena e sua madre....
Mi dispiace solo che musicalmente parlando, riguardo chitarre ampli eccetera ci sia gran poco.
E poi si parla fin troppo di droga, mi dispiace per Keith ma si può essere rockstar anche senza continuare a rimarcare il fatto. La ricerca estenuante della dose mi ricorda 'Noi i ragazzi dello zoo di Berlino'....
Diciamo che Keith ha avuto la fortuna di essere al posto giusto al momento giusto, serviva una alternativa ai Beatles, un gruppo di sporchi e cattivi, e gli Stones si sono calati nella parte alla perfezione.
Poi musicalmente dei bei brani ci sono, io suono con libidine le loro melodie.
Più roll che rock
certo detto da lui.... ;-)
Scherzi a parte, Bru: veramente complimenti. :-)
joe
Bravo Roby!
Che dire, una grande recensione!
Anch'io non sono un amante delle biografie (se non di quelle non autorizzate, ma si sà quello è tutto gossip!), ma questa mi ha entusiasmato e mi congratulo per il modo in cui sei riuscito a rendere lo spirito che sicuramente ha animato l'impresa (oltre ai dindi..)
Paragonata ad altre autobiografie, su tutte quella di Clapton ("L'autobiografia" Sperling & Kupfer), quello che colpisce è l'estrema e candida sincerità che trasmette, l'assoluta mancanza di autocompiacimento (seppur condito da una buona dose di, a mio avviso perdonabile, sbruffonaggine, ma che voi fà dopo tutto è Keith Richard) e l'invidiabile coerenza (merce rara, di questi tempi).
Se devo essere sincero, al di la degli accenni tecnici che ben hai riportato, sono rimasto molto colpito dal fatto che, complice l'ottimo lavoro del co/autore, non c'è traccia di pentimento o di rifiuto di responsabilità delle sue, per quanto discutibili, esperienze. A conti fatti, nonostante certa "critica specializzata" ritenga che nulla di nuovo è stato aggiunto a quanto già si sapeva, la lettura, complice un linguaggio molto colloquiale, risulta gradevolissima e affatto priva di spunti.
Un motivo in più per apprezzare un talentuoso "asshole"!
Ben fatta!
Aloha,
Corrado
Complimenti sinceri
Complimenti sinceri all'autore per questo articolo estremamente piacevole.
Nonostante sia un devoto del grande Keith (tanto da assemblarmi una tele come la sua) non ho letto il libro anche perché in genere non amo le biogafie.
Comunque fra gli estratti qui riportati mi hanno stupito quei commenti sulla struttura armonica, timbrica e ritmica che non mi aspettavo dal buon Keith, allora è meno ignorante di quello che credevo o perlomeno c'è un pensiero, un'idea dietro certi pezzi e non solo sballo e divertimento.
it's only rock'n'roll but I like it...
Saluti & salute
Stefano
free your mind and your ass will follow
senza dubbio " la faccia"
senza dubbio " la faccia" del rock...
Come biografia, trovo dei
Come biografia, trovo dei paralleli con quella di Miles Davis, "Miles", scritta con Quincy Troupe, anche se quest'ultima ha una ricchezza di particolari, storici e musicali, veramente unica.
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ne avevo già sentito
ne avevo già sentito parlare bene e mi stai convincendo a prenderla, ho letto molte biografie straordinarie, da alcune ho imparato più che dai dischi stessi, grazie del contributo.
Mi mancano dieci quindici
Mi mancano dieci quindici pagine alla conclusione del libro, ieri sera sono crollato e non ce l'ho fatta a finirlo..
Sarò breve: quando avrete letto questa esauriente, precisa, ottima recensione potrete risparmiare i venti e passa euro che costa il libro.
Davvero ottimo scritto Bru, tanto di cappello!
a toh! questo libro l'ho
a toh! questo libro l'ho regalato a mio padre per natale!
in generale ci capisce una cippa di musica ma è un Fan(atico) degli Stones. Mi chiedo solo se l'ha già letto, o almeno se ha cominciato la lettura...
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www.myspace.com/joelgilardini
has the light become part of the machinery?
has the hand become part of the disease?
has the body become the